La strada per Vercelli ora è dritta. Ma non è sempre stata così.
Nei rari momenti in cui dedico un tributo alla memoria, domenica ho deciso di dirigere le ruote della moto negli angoli che popolavano la mia inquieta vita di più o meno nove anni fa. Ecco perchè, aprofittando dell'assenza pomeridiana de Lalaura, impegnata domenicalmente nel suo lavoro (e qui lo dico: se qualcuno telefona di domenica ad un call center è perchè nella vita non ha un cazzo da fare. Punto. Potrei spiegare per filo e per segno perchè, comunque non è mia intenzione farlo ora) sono salito fino in cima alla mia signorina meccanica per decidere su quale asfalto avrei passato le mie ore domenicali vuote. Monferrato no. Non ho una meta, giro a vuoto come una trottola e per di più è pieno di poliziotti autoveloxizzati che rischiano di tarparmi le ferie. Non perchè vada a velocità da suicidio, quanto perchè con limiti stradali da cinquanta all'ora è facile incappare in un multone e preferisco andare in vacanza io e lasciare a casa loro, piuttosto che il contrario. Poi diciamolo come va detto, se sei una bella gnocca su una macchina, con adeguato sbattimento di poppe e ciglia magari il multone lo eviti. Se sei uno yeti con barba incolta, capello non a lunghezza standard e sovrappeso su una moto è molto più difficile riuscirci. Aosta allora? Mah, già fatta centinaia di volte. Allora Vercelli, andiamo a vedere se tutto è ancora al suo posto. Ora la strada è dritta e senza nebbia. Anche una volta era piuttosto dritta, ma per me era tortuosa come una mulattiera. C'è il sole ed il canale di un azzurro sospetto alla mia destra gorgoglia senza tregua mentre mi accompagna attraverso la pianura. La stessa pianura che esplode in tutto il suo verde fuori da quel paese che si chiama San Germano, chilometri e chilometri di un'unica distesa chiazzata da cascinali e miraggi. Ed è un verde insidioso, da buttarcisi dentro se non fosse che non è erba, ma riso ed il riso non abbonda solo sulla bocca degli stolti, bensì anche nell'acqua dove viene piantato. Niente pic-nic quindi o si finisce a mollo. Nove anni fa, più o meno, iniziava la mia storia con Lalaura e lei mi accompagnava quasi sempre. Volevo essere un musicista col pedigree, o morire nel tentativo di diventarlo, così ogni mercoledì sera mi tritavo la pianura per arrivare a Vercelli dove mi presentavo al cospetto di Enrico Lucchini, uno dei grandi, un maestro senza macchia nè paura. Lui era uno che il jazz non l'aveva imparato, l'aveva vissuto, era stato collaboratore ed amico di gente come Dante Agostini e Kenny Clarke, personaggi che erano loro stessi il jazz. Due ore di lezione, dalle sei e mezza circa
alle otto e mezza circa, poi a casa e una volta su tre in fabbrica, a fare la notte. Arrivavo da Vercelli alle dieci meno un quarto con la testa piena di paradiddle e accenti e rimshots e rimbalzi ed un quarto d'ora dopo iniziavo a cercare di far guadagnare qualcosa a quei poveri miliardari che intanto mi sottopagavano, fino alle sei del mattino, spesso con un pad ed un paio di bacchette dove provavo gli esercizi nei rari momenti in cui la macchina a cui lavoravo mi lasciava respirare. E chi è operaio alla macchina sa esattamente di cosa io stia parlando, per cui se non siete operai alla macchina durante il turno di notte di una fabbrichetta metalmeccanica non provateci nemmeno a darmi del comunista perchè non immaginate neanche lontanamente cosa vuol dire. Comunque, eccomi qui ora. Non c'è nebbia, c'è il sole. Il parcheggio sterrato dove spesso Lalaura mi aspettava in macchina ora è asfaltato, c'è anche un parco giochi, ma l'aspetto di abbandono complessivo è inquietante. Il bar dove d'inverno andavo a prendere un caffè prima di tornare a casa è chiuso, scolorito, però sembra ancora frequentato. Il cancello che varcavo invece per andare a lezione non reca più traccia dell'associazione musicale, forse non c'è più, forse si è solo trasferita. Sembra una via come tante, raramente si potrebbe immaginare qualcosa di più anonimo. Qualche decina di metri più in là un Sexy Bar che una volta non c'era, sembra un localaccio. Tutto il resto è terra, come se la città avesse buttato verso il nulla un suo tentacolo per lasciarlo morire così, sotto il sole.
Mi sono acceso una sigaretta e mi sono seduto sul marciapiede, davanti alla scuola. Sono venuto a vedere se i pezzetti che avevo disseminato qui intorno c'erano ancora. Non ne ho trovato nessuno. Ho girato la moto e sono tornato indietro.
Enrico Lucchini ( 1934 - 1999 )
09/07/07
Vercelli sanguina.
Pubblicato da
M@uz
alle
21:43
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

3 commenti:
comunista!
(io ho lavorato alle presse a fare migliaia di pezzi uno dietro l'altro senza sosta mettipezzo-pulsanti-toglipezzo-mettipezzo, adesso lavoro alla fresa controllo numerico)
Allora sai cosa vuol dire e puoi parlare. Anche se non è del tutto esatto dire che son comunista, diciamo solo che vorrei vedere meno dislivelli sociali. E l'ho imparato partendo da apprendista per poi essere attrezzista e manutentore, addetto al trapano radiale, operaio alla pressa, addetto alla ribattitura, capo reparto, operatore su torni e multiutensili CNC fino ad ora, in cui dovrei essere qualcosa di simile ad un fantozziano semi-impiegato logistico attraverso un percorso sanguinoso di tre posti di lavoro e diciassette anni rabbiosi. Ma certe cose non cambiano mai.
abbraccione
Any
Posta un commento